La visione che si apre ai nostri occhi è quella di prati verdi e fonti di acqua limpida, oasi di pace verso cui il pastore accompagna il gregge, simboli dei luoghi di vita verso cui il Signore conduce il Salmista, il quale si sente come le pecore sdraiate sull’erba accanto ad una sorgente, in situazione di riposo, non in tensione o in stato di allarme, ma fiduciose e tranquille, perché il posto è sicuro, l’acqua è fresca, e il pastore veglia su di loro. E non dimentichiamo qui che la scena evocata dal Salmo è ambientata in una terra in larga parte desertica, battuta dal sole cocente, dove il pastore seminomade mediorientale vive con il suo gregge nelle steppe riarse che si estendono intorno ai villaggi. Ma il pastore sa dove trovare erba e acqua fresca, essenziali per la vita, sa portare all’oasi in cui l’anima “si rinfranca” ed è possibile riprendere le forze e nuove energie per rimettersi in cammino.
Come dice il Salmista, Dio lo guida verso «pascoli erbosi» e «acque tranquille», dove tutto è sovrabbondante, tutto è donato copiosamente. Se il Signore è il pastore, anche nel deserto, luogo di assenza e di morte, non viene meno la certezza di una radicale presenza di vita, tanto da poter dire: «non manco di nulla». Il pastore, infatti, ha a cuore il bene del suo gregge, adegua i propri ritmi e le proprie esigenze a quelli delle sue pecore, cammina e vive con loro, guidandole per sentieri “giusti”, cioè adatti a loro, con attenzione alle loro necessità e non alle proprie. La sicurezza del suo gregge è la sua priorità e a questa obbedisce nel guidarlo.
Il Salmista poi dichiara di essere in uno stato di tranquillità e sicurezza senza incertezze né timori:
«Anche se vado per una valle oscura, non temo alcun male, perché tu sei con me. Il tuo bastone e il tuo vincastro mi danno sicurezza» (v. 4).
Chi va col Signore anche nelle vali oscure della sofferenza, dell'incertezza e di tutti i problemi umani, si sente sicuro. Tu sei con me: questa è la nostra certezza, quella che ci sostiene. Il buio della notte fa paura, con le sue ombre mutevoli, la difficoltà a distinguere i pericoli, il suo silenzio riempito di rumori indecifrabili. Se il gregge si muove dopo il calar del sole, quando la visibilità si fa incerta, è normale che le pecore siano inquiete, c’è il rischio di inciampare oppure di allontanarsi e di perdersi, e c’è ancora il timore di possibili aggressori che si nascondano nell’oscurità. Per parlare della valle “oscura”, il Salmista usa un’espressione ebraica che evoca le tenebre della morte, per cui la valle da attraversare è un luogo di angoscia, di minacce terribili, di pericolo di morte. Eppure, l’orante procede sicuro, senza paura, perché sa che il Signore è con lui. Quel «tu sei con me» è una proclamazione di fiducia incrollabile, e sintetizza l’esperienza di fede radicale; la vicinanza di Dio trasforma la realtà, la valle oscura perde ogni pericolosità, si svuota di ogni minaccia.
Il gregge ora può camminare tranquillo, accompagnato dal rumore familiare del bastone che batte sul terreno e segnala la presenza rassicurante del pastore.
, ad acque tranquille mi conduce
Detto questo vorrei invitarvi brevemente a riflettere su quale sia questo cibo e queste acque tranquille a cui il Signore chiede a noi come pastori belli di condurre il nostro gregge.
Ricordo allora 2 brani della scrittura:
Anzitutto ricordiamo Dt 8,3 dove l’autore ricorda il cammino percorso dal Popolo nel deserto e come Dio lo abbia educato durante tutto il tempo dell’esodo.
Egli dunque ti ha umiliato, ti ha fatto provare la fame, poi ti ha nutrito di manna, che tu non conoscevi e che i tuoi padri non avevano mai conosciuto, per farti capire che l'uomo non vive soltanto di pane, ma che l'uomo vive di quanto esce dalla bocca del Signore.
L’espressione “non di solo pane vive l’uomo” la ritroviamo poi nella prima tentazioni di Gesù in Mt 4,1-4:”1 Allora Gesù fu condotto dallo Spirito nel deserto, per essere tentato dal diavolo. 2Dopo aver digiunato quaranta giorni e quaranta notti, alla fine ebbe fame. 3Il tentatore gli si avvicinò e gli disse: "Se tu sei Figlio di Dio, di' che queste pietre diventino pane". 4Ma egli rispose: "Sta scritto:
Non di solo pane vivrà l'uomo, ma di ogni parola che esce dalla bocca di Dio".”
La Parola di Dio come il cibo che nutre veramente le persone.
Interessante quella precisazione della manna come “cibo mai conosciuto”, a indicare che il Signore ci sa nutrire anche con ciò che non pensiamo e a cui non siamo abituati… un invito ad uscire dai soliti schemi e ad usare anche ciò che magari non è così gustoso e soddisfacente ma che comunque permette di camminare.
IL secondo testo lo prendo da Lc 4,16-19. Gesù nella sinagoga di Nazaret
16Venne a Nazareth, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. 17Gli fu dato il rotolo del profeta Isaia; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
18 Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l'unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi,
19 a proclamare l'anno di grazia del Signore .
Mi sono sempre chiesto perché a fronte di chi ha situazioni difficili vi è una guarigione o trasformazione, mentre per i poveri vi è l’annuncio della lieta novella.
Ma solo il vangelo è capace di convertire i cuori di rendere forti nella difficoltà, di renderci capaci di impegno per i fratelli. Se hai poveri dessimo solo pane negheremmo loro un grande diritto, quello di ascoltare la Parola del Signore una parola che dice loro che sono i prediletti del Signore.
Con i poveri, non si tratta dunque solo di fare assistenza sociale, tanto meno attività politica. Si tratta di offrire la forza del Vangelo di Dio, che converte i cuori, risana le ferite, trasforma i rapporti umani e sociali secondo la logica dell’amore.
In “Querida Amazonia”, l’esortazione apostolica dopo il sinodo sull’Amazonia, al numero 64 ci viene ricordato come il servizio ai poveri senza l’annuncio del Vangelo è un servizio che dimentica un diritto importante: “I poveri hanno diritto all’annuncio del Vangelo, soprattutto a quel primo annuncio che si chiama kerygma […]. È l’annuncio di un Dio che ama infinitamente ogni essere umano, che ha manifestato pienamente questo amore in Cristo crocifisso per noi e risorto nella nostra vita. […]. Questo annuncio deve risuonare costantemente in Amazzonia, espresso in molte modalità diverse. Senza questo annuncio appassionato, ogni struttura ecclesiale diventerà un’altra ONG, e quindi non risponderemo alla richiesta di Gesù Cristo: «Andate in tutto il mondo e proclamate il Vangelo ad ogni creatura» (Mc16,15)”.
- Prendersi cura dell’uno
La seconda citazione che ci parla del modo di condurre del buon Pastore la prendiamo da Isaia 40,11 (vi invito nella meditazione a leggere tutto il brano Is 40,1-11)
Il popolo è scoraggiato, ha perso da quasi cinquant’anni tutto ciò che faceva il suo orgoglio ed era segno della sua elezione: il tempio, la città, la terra. È in esilio, molti di loro sono schiavi. Il brano inizia quindi con un invito a consolare il popolo: non si comprende bene chi sia il soggetto anche se nella bibbia spesso il verbo consolare ha come soggetto Dio, di cui esprime, al di là dell’espressione di affettuose parole, la capacità di trasformare una situazione.
Di fatto il destino del popolo, che era peccatore, è variato, questo grazie alla misericordia di Dio che lo ha perdonato.
Dopo questo invito vi è un riconoscimento della fragilità del popolo. In questa cornice il Signore interviene con la sua forza per salvare il popolo/gregge
9 Sali su un alto monte, tu che annunci liete notizie a Sion! Alza la voce con forza, tu che annunci liete notizie a Gerusalemme. Alza la voce, non temere; annuncia alle città di Giuda: «Ecco il vostro Dio! 10 Ecco, il Signore Dio viene con potenza, il suo braccio esercita il dominio. Ecco, egli ha con sé il premio e la sua ricompensa lo precede. 11 Come un pastore egli fa pascolare il gregge e con il suo braccio lo raduna; porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri».
La descrizione della debolezza del gregge salvata dalla forza del Signore, si conclude con questa immagine così piena di delicatezza e tenerezza: porta gli agnellini sul petto e conduce dolcemente le pecore madri.
Emerge qui evidente la contrapposizione fra Dio e gli idoli. Gli idoli sono portati e Dio invece porta. Il testo richiama un tema caro al deuteroisaia: “l’oggetto dell’opera salvifica di Dio è sempre e soltanto il popolo nella sua totalità; tuttavia, il tutto non esiste se non negli individui, che egli conduce, guida e porta così che ciascuno partecipi a ciò che è promesso alla totalità.
Sì, la consolazione, la liberazione, la salvezza si realizzano solo nell’attenzione alle esigenze personali di ogni persona. Dio non salva e non cura in modo impersonale e generico, ma lo fa prendendosi a cuore la situazione di ogni singolo. La sua attenzione non è mai rivolta alla folla, ma sempre rivolta all’uno con le sue esigenze particolari. La salvezza e l’amore di Dio si realizzano in maniera molto differente nella vita di ciascuna persona.
Nel Magnificat ritroviamo un eco di questo testo ove si dice che l’Onnipotente “ha spiegato la potenza del suo braccio, ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote” (Lc 1,52s).
- Servizio dell’unità
Infine lo avevamo già ascoltato meditando su Gv 10: il Signore ci parla del servizio dell'unità affidato al pastore: "Ho altre pecore che non sono di quest'ovile; anche queste io devo condurre; ascolteranno la mia voce e diventeranno un solo gregge e un solo pastore" (Gv 10, 16). È la stessa cosa che Giovanni ripete dopo la decisione del sinedrio di uccidere Gesù, quando Caifa disse che sarebbe stato meglio se uno solo fosse morto per il popolo piuttosto che la nazione intera perisse. Giovanni riconosce in questa parola di Caifa una parola profetica e aggiunge: "Gesù doveva morire per la nazione e non per la nazione soltanto, ma anche per riunire insieme i figli di Dio che erano dispersi" (11, 52). Si rivela la relazione tra Croce e unità; l'unità si paga con la Croce. Soprattutto però emerge l'orizzonte universale dell'agire di Gesù. Se Ezechiele nella sua profezia sul pastore aveva di mira il ripristino dell'unità tra le tribù disperse d'Israele (cfr Ez 34, 22-24), si tratta ora non solo più dell'unificazione dell'Israele disperso, ma dell'unificazione di tutti i figli di Dio, dell'umanità - della Chiesa di giudei e di pagani. La missione di Gesù riguarda l'umanità intera, e perciò alla Chiesa è data una responsabilità per tutta l'umanità, affinché essa riconosca Dio, quel Dio che, per noi tutti, in Gesù Cristo si è fatto uomo, ha sofferto, è morto ed è risorto. La Chiesa non deve mai accontentarsi della schiera di coloro che a un certo punto ha raggiunto, e dire che gli altri stiano bene così: i musulmani, gli induisti e via dicendo. La Chiesa non può ritirarsi comodamente nei limiti del proprio ambiente. È incaricata della sollecitudine universale, deve preoccuparsi per tutti e di tutti. Questo grande compito in generale lo dobbiamo "tradurre" nelle nostre rispettive missioni. Ovviamente un sacerdote, un pastore d'anime, deve innanzitutto preoccuparsi di coloro, che credono e vivono con la Chiesa, che cercano in essa la strada della vita e che da parte loro, come pietre vive, costruiscono la Chiesa e così edificano e sostengono insieme anche il sacerdote. Tuttavia, dobbiamo anche sempre di nuovo - come dice il Signore - uscire "per le strade e lungo le siepi" (Lc 14, 23) per portare l'invito di Dio al suo banchetto anche a quegli uomini che finora non ne hanno ancora sentito niente, o non ne sono stati toccati interiormente. Questo servizio universale, servizio per l'unità, ha tante forme. Ne fa parte sempre anche l'impegno per l'unità interiore della Chiesa, perché essa, oltre tutte le diversità e i limiti, sia un segno della presenza di Dio nel mondo che solo può creare una tale unità.
Abbiamo dunque visto come il condurre abbia tre importanti riferimenti:
- Condurre alla Parola del Signore, il vero cibo
- Attenzione all’uno come forma concreta del servizio alle persone
- Il servizio dell’unità che ci spinge a preoccuparci per tuti e di tutti
DIRE SÌ E DIRE NO
Esiste, in modo molto diffusa, una forma di autorità o responsabilità che, per paura di sbagliare o di scontentare qualcuno, non prende mai decisioni. L’esercizio di una responsabilità richiede sempre la necessità di prendere decisioni ed è proprio nel decidere che la responsabilità, l’autorità o il potere si esercitano. Il governo in fondo consiste proprio in questo.
Vi sono persone che pur avendo responsabilità di governo, hanno paura di decidere: per loro è facile dire dei sì, diventa un problema dire dei no. Sono così insicure di sé, così bisognose di essere riconosciute come brave e buone che non riescono a sopportare tutto ciò che una risposta negativa può significare. Dire dei no, infatti comporta doversi misurare col giudizio di altri che diranno che sei cattivo, che non comprendi; piuttosto che affrontare questo stress qualcuno ritiene che sia meglio non decidere. Ma evitare di prendere decisioni, non risolve i problemi, li fa solo incancrenire.
Questa modalità di esercitare la responsabilità è portatrice, anch’essa, di alcuni aspetti negativi dell’esercizio dell’autorità: incentrato su di sé, guidato dai propri bisogni, perde ogni riferimento a ciò che è più “alto” e portatore di bene per tutti.
Si registra questa modalità nelle persone che, per non scontentare nessuno, dicono sì a tutti, e non operano mai un discernimento su ciò che è utile e necessario alla comunità e su ciò che non lo è, su quanto crea fraternità e quanto crea divisione; oppure quando sempre e continuamente si demanda ad una decisione “democratica” su ciò che in realtà attiene alla decisione finale di chi ha la responsabilità. Certo questa “autorità” deve ascoltare e interpellare tutti, cercare di capire, ma alla fine la responsabilità della decisione sarà sua, non potrà mai dire: “siete voi che mi avete detto di fare così”. La responsabilità è sua e dunque anche la decisione sarà “sua”.
I responsabili di questo tipo sono facilmente manipolabili e suggestionabili, alla fine perdono autorevolezza e ciò quanto dovrebbe essere loro responsabilità, viene esercitata da altri.
Allo stesso tempo si manifesta anche in coloro che ricevono un incarico, ma, in fondo, rifiutano tutti quegli aspetti dell’incarico che non rientrano nei loro gusti. Penso ad esempio all’accesa discussione che oggi si vive nel clero per le incombenze amministrative che sempre più energie assorbono al ministero del parroco. Qualcuno si lamenta dicendo che “non si è fatto prete per curare i conti”; questo è vero, ci si fa preti per annunciare il Vangelo, ma la responsabilità della guida di una comunità comporta anche questa dimensione, che oggi più che in passato, chiede di essere condivisa e sostenuta da tante collaborazioni. E, nonostante ciò, dopo averla condivisa nella fase di discernimento, alla fine la responsabilità finale attiene al parroco e questo, al momento in Italia, non si può cambiare.


